Nestlè e l'Africa
Come Nestlé & C. devastano l'Africa
Da "L'altrapagina", mensile di Città di
Castello (Perugia) - gennaio 2000 (
http://www.questotrentino.it/2000/01/Italietta.htm )
Negli anni '60 l'Africa era autosufficiente dal punto di vista
alimentare, ora non più. Come mai?
Sotto le feste del passato Natale si
fece un gran parlare della Nestlé: l'occasione fu data dai panettoni
avvelenati. In un collegamento in diretta con Radio Uno furono
intervistate due suore comboniane, ambedue infermiere con una lunga
esperienza africana di lavoro in maternità. Senza mezzi termini
denunciarono la politica della Nestlé, che con una poderosa propaganda
cerca di convincere le mamme africane ad abbandonare il tradizionale
allattamento al seno e sostituirlo con il biberon del latte in polvere
Nestlé. Denunciarono che le conseguenze, sia dal punto di vista fisico
(sviluppo dei neonati e protezione contro le malattie infettive) che da un
punto di vista psicologico-affettivo (legame madre-bambino), almeno qui in
Africa sono devastanti.
Nello stesso senso si espresse anche padre
Pier Maria Mazzoli, direttore del mensile Nigrizia.
Anche il sottoscritto ebbe l'opportunità di
presentare il punto di vista dei missionari. Noi abbiamo delle forti
perplessità sulla politica delle multinazionali, Nestlé in particolare,
perché è una delle più potenti con una affermata presenza in Africa.
E' un pregiudizio o ci sono dei motivi? E'
vero: noi missionari non siamo d'accordo con la logica e la strategia
degli investimenti delle multinazionali come Nestlé, Dal Monte (frutta),
De Beers (diamanti), Shell (petrolio). Senza parlare poi delle
multinazionali delle armi, delle mine, che riforniscono e mantengono
fiorenti le attuali guerre; quelle dei rifiuti industriali e chimici che
avvelenano l'Africa coi rifiuti che l'Europa non riesce a smaltire; quelle
del legname che stanno dilapidando e distruggendo le una volta famose
foreste vergini dell'Africa, dalla cui esistenza tutti dipendiamo per la
rigenerazione dell'ossigeno e l'assorbimento della crescente anidride
carbonica.
Presento ora brevemente le nostre obiezioni
di missionari ed ogni lettore vedrà da sé la forza delle argomentazioni.
Io sono in Kenya e quindi ho presente soprattutto quanto avviene in questa
nazione.
Il Kenya ha una superficie di 600.000 kmq.,
quasi il doppio dell'Italia, ma solo 125.000 sono coltivabili: il
resto è steppa arida e deserto sassoso. Le multinazionali del caffè, del
tè, dell'ananas, dei fiori, si impossessano della terra migliore. Che
resta alle popolazioni locali? Le zone aride, senza pioggie, senza
possibilità di irrigazione e in più isolate, senza strade per il
commercio. Se uno visita il Kenya con qualche itinerario organizzato da
chi è sensibile a questi problemi e non dalle solite agenzie turistiche,
può vedere con i suoi occhi. Ottime zone come quelle di Thica, Limuru,
Kiambu, Nyanyuki, pendici del monte Kenya, Rongai, le così dette High
Lands, sono ormai tutte nelle mani delle multinazionali del caffè, del tè,
del piretro, del frumento, di quant'altro. I kenyoti dove sono? A
tribolare nelle baraccopoli che si stanno sempre più gonfiando e a
seminare per non raccogliere, a volte, neanche il seme, nelle zone
aride.
Uno si domanderà: ma chi vende o affitta
questi terreni alle multinazionali? Il governo! In particolare alcuni
ministri. Questa è la strategia delle multinazionali: hanno una notevole
disponibilità di denaro per corrompere governi e individui. Propagano e
stimolano la corruzione per entrare nei mercati e vincere la concorrenza.
E' ridicolo pensare che la corruzione a livello internazionale possa
diminuire se le grandi centrali del denaro che sono le multinazionali
usano la corruzione come normale strategia. Se non ci saranno accordi
internazionali per bloccare questa piaga, la corruzione causerà
insostenibili condizioni di vita, aumentando le guerre e l'instabilità
politica e sociale, soprattutto in Africa.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma
danno lavoro alla gente! E' proprio vero? E' vero in misura
ridottissima. Con l'agricoltura industrializzata gli operai sono
pochissimi e poi spesso i prodotti sono portati e lavorati in Europa.
L'Africa diventa il mercato dove le multinazionali cercano di vendere i
prodotti, più che il luogo di lavorazione. Inoltre i salari sono
bassissimi: se un operaio agricolo prende 90.000 lire al mese - e senza
alcuna assicurazione - è un miracolo. La minima malattia diventa una
tragedia familiare. Le condizioni di lavoro sono generalmente spaventose;
perché, per esempio, nel periodo in cui vengono irrorati i pesticidi,
aumenta la mortalità infantile e le malattie alle vie respiratorie? Non si
dimentichi che la maggior parte della gente va scalza e beve acqua
raccolta all'aperto, per cui è facilissimo restare avvelenati. Ma chi se
ne preoccupa?
C'è inoltre da chiedersi: come mai negli anni
Sessanta l'Africa era autosufficiente dal punto di vista alimentare,
mentre ora dipende sempre più dal cibo importato? Ora l'Africa produce ciò
che non consuma e consuma ciò che non produce.
Prendiamo il Kenya. La gente era abituata a
vivere su granturco, fagioli, arachidi, cavoli, pomodori e carne di pollo,
vacca e capra. Ora i terreni dove tutto questo cresceva sono stati
riciclati per coltivare caffè, tè, frutta, grano, fiori. La produzione
degli alimenti usati dalla gente è diminuita drammaticamente, perciò la
fame aumenta e la popolazione è malnutrita.
Un segno è il ritorno della tubercolosi,
favorita dall'insufficienza alimentare. Il dono di un po' di cibo, che
alcune multinazionali esportano a volte in Africa con grandi squilli di
fanfare, è meno di una goccia di fronte a questo squilibrio alimentare che
la loro politica sta provocando. La loro produzione non tiene conto
dell'Africa, ma dei mercati in altre parti del mondo dove si possono
realizzare consistenti profitti.
L'Africa deve ancora far fronte ai
bisogni fondamentali: cibo, acqua potabile, alloggio, educazione
primaria per le nuove generazioni, un minimo di strutture sanitarie e di
rete stradale. Le multinazionali, con la loro martellante propaganda alla
radio, su giornali, tv e foglietti volanti, creano falsi bisogni e false
convinzioni. Se non bevi quel caffè, non sei uno del 2000. Se non usi
questo o quel biberon (Nestlé) o questo o quel pannolino (Johnson), non
sei una buona mamma, non vuoi bene al tuo bambino. Senza parlare poi dei
cosmetici e dei coloranti della pelle e dei capelli.
La gente non è abituata ancora alla
dialettica della pubblicità, difficilmente si difende e scambia per
importante quello che è un ingrediente inutile se non dannoso. Se i falsi
bisogni creati dalla pubblicità sono dannosi ovunque, in Africa sono
mortali.
Da quanto detto, appare chiaro che la logica
delle multinazionali è violenta, perché mette il prodotto e il guadagno al
di sopra della persona e del bene della comunità. Le persone vengono usate
per obiettivi finanziari e di potere. Si installano dove la gente è più
debole, meno capace di difendersi, e le strutture statali meno organizzate
per resistere alle loro pressioni.
L'Africa e diverse altre aree del terzo mondo
sono in questa condizione di debolezza. Noi missionari non vogliamo
demonizzare nessuno: riconosciamo che le multinazionali hanno una loro
funzione nel mondo di oggi.
E' urgente però riconsiderare come funzionano. I governi
delle nazioni più industrializzate del mondo non possono far finta di non
vedere. Anche la Chiesa dovrà far sentire la propria voce, a meno di
mancare a un dovere morale gravissimo.
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